Giancarlo Centi e la sua filosofia: le persone prima dei risultati

giancarlo centi

Il responsabile del settore giovanile lariano, Giancarlo Centi, traccia un bilancio di questo “anno zero” e rispolvera ricordi di quando era calciatore.

Nell’ambiente calcistico del Como è conosciuto talmente bene che, provare ad abbozzare una presentazione su di lui, risulta alquanto superfluo. Un vecchio cuore biancoazzurro. Ma nonostante le oramai prossime sessantuno primavere, Giancarlo Centi è capace di sentirsi ancora in debito con il club lariano. “Soltanto pensare di ridonare al Como quel qualcosa che mi ha dato durante tutti gli anni da calciatore, mi spinge a fare sempre meglio“. Si è conclusa così la chiacchierata dell’originario di L’Aquila sugli schermi di Como Tv.

Un concetto, a suo dire, che deve essere colto anche da tutti colori che gravitano attorno al settore giovanile lariano. E sembra proprio che sia stato recepito, nel suo personale giudizio riguardante l’inizio di un nuovo progetto. “Quando siamo partiti otto mesi fa, con il Ds Ludi non sapevamo nemmeno quante squadre potessero partecipare ai campionati, le criticità erano tante. Abbiamo dovuto trovare allenatori, dirigenti, preparatori atletici, dottori, fisioterapisti e autisti. In quattro settimane siamo riusciti a formare le cinque formazioni che avrebbero partecipato ai tornei professionistici. Ci eravamo detti che l’importante non sarebbero stati i risultati, ma contava non sbagliare la scelta delle persone giuste che avrebbero lavorato per il Como. Dovevano essere capaci di gestire un mondo giovanile. Credo che questo sia stato fatto“.

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Giancarlo Centi insieme a Carlalberto Ludi

Un vivaio che doveva poggiare come sempre sulle solide basi della serietà. Una caratteristica identificabile anche nel vestire: come una ventina d’anni a questa parte, persiste infatti l’obbligo ai giovani atleti (dalla scuola calcio ai Giovanissimi) di indossare le scarpe nere. Calzature che ora hanno dovuto momentaneamente riporle nell’armadio per via dello stop dettato dal Coronavirus. “Gli abbiamo spedito un piano di lavoro atletico e qualche esercizio simpatico per sollevarli un po’ dall’obbligo di stare a casa. Cerchiamo di far mantenere ai ragazzi un senso di appartenenza importante con il Como anche in ottica stagione futura“.

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A Giancarlo Centi e a tutto il suo entourage è legato il ricordo riguardante l’ultimo scudetto giovanile dei comaschi, nel 2016/17, che fu il culmine di un ciclo lavorativo di cinque anni. “All’inizio c’erano Galia e Fontolan, poi mi aggregai anche io. Nell’anno del fallimento con Porro, eravamo tra i primi due club della Lega Pro per quanto riguardava il vivaio. Gli Allievi Nazionali vinsero lo scudetto di categoria, ma anche con Giovanissimi e Beretti arrivammo alle finali. Tutti i ragazzi si liberarono: 25 approdarono in società di A, 13 in quelle di B e più di 30 in quelle di Lega Pro. Idem per diversi istruttori. Un motivo d’orgoglio“.

 

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I ragazzi di mister Cicconi Campioni d’Italia Lega Pro 2016/17

 

Poi anche qualche flashback da giocatore e pure da allenatore della prima squadra. “In tal senso la partita che ricordo con più piacere è quella contro il Milan del primo scudetto di Sacchi, in un Sinigaglia strapieno come non lo vidi mai. Noi ci salvammo e loro vinsero il tricolore. Il dispiacere più amaro? Lo spareggio perso per la serie B contro il Venezia a Cesena. Se invece devo dire il compagno più forte che ho avuto, spendo il nome di Matteoli soprattutto per un discorso di amicizia. Ma ce ne sarebbero tanti, sarebbe riduttivo parlare di uno piuttosto che di un altro”.

Per finire, come anticipato prima, con il rimembrare quell’esperienza da mister insieme a Galia della prima squadra nel 1997/98. Con la salvezza ottenuta contro il Fiorenzuola. “Fui il quarto allenatore in quell’annata, nella quale persi gli ultimi capelli che mi erano rimasti. Era stato fatto un lavoro soprattutto mentale, per sublimare gli aspetti di una formazione che stava per retrocedere, presentando inevitabilmente tante piccole crepe. Quando le cose non vanno bene, è più probabile che qualcuno pensi a sé stesso che non al bene della squadra. Stagione particolarissima, ma che poi ha permesso la scalata fino alla serie A“.

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