Marco Gandini: “Cesare metodico, Pino più istintivo”

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L’assistente della Pallacanestro Cantù, Marco Gandini, ci parla di Pancotto e Sacripanti. E confida che la sua esperienza brianzola possa continuare.

I riflettori sul massimo campionato di basket 2019/20 si sono spenti da più di un mese. Tuttavia, c’è chi continua a lavorare dietro le quinte per gettare le basi del prossimo torneo. Non solo presidenti, dirigenti e head coach, anche agli assistenti viene chiesto di fare la propria parte. Tra quest’ultimi troviamo Marco Gandini, milanese classe ’75 che quest’anno è tornato alla Pallacanestro Cantù dopo il biennio 2003-2005 e impegnato in questi giorni in un prezioso lavoro di scouting. Sicuramente un valido motivo per restare a casa. “Sto continuando a vedere partite e giocatori, poi mi confronterò con coach Pancotto e con Della Fiori. Insomma, proviamo a vedere se c’è qualcuno che ci possa interessare”.  Filmati che gli portano via gran parte della giornata. “Tra le otto e le dieci ore quotidiane di questi tempi, contro le due del resto dell’anno. Fortunatamente con un campionato in corso ci tocca allenare, che è più divertente”.

Ci può tracciare un suo bilancio di questa incompleta stagione?

“Il bilancio è sicuramente positivo, per certi versi anche oltre le aspettative seppur non abbiamo la controprova di come sarebbe poi finito il campionato. Tuttavia è stato un peccato non averlo terminato: la squadra stava andando bene, era in una buona posizione ma soprattutto in crescita. Inoltre, avevamo appena preso Purvis che poteva darci una bella mano”.

E invece a livello personale cosa ci può dire di questa sua seconda avventura brianzola?

“Il giudizio è altrettanto buono. Una piazza che conoscevo già anche se la società di allora era completamente diversa. Però si sa, l’ambiente canturino più o meno è sempre quello: si vive di grande passione, ha una certa conoscenza della pallacanestro perché fondamentalmente la sua cittadina vive di ciò. Per la prima volta ho lavorato con Pancotto, devo dire che mi sono trovato davvero molto bene. Una persona ottima, poi come allenatore certamente non sono io a doverlo scoprire. Basta prendere in mano il suo curriculum per capire che è sicuramente un grande”.

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Coach Cesare Pancotto

Ha lavorato a fianco di Pancotto, ma anche di Sacripanti nell’esperienza canturina precedente. Che differenze nelle metodologie di lavoro ha trovato?

“Pino è per certi versi molto istintivo, a volte durante le partite è capace di trovare soluzioni estemporanee magari non preparate in settimana, pescandole comunque dal suo bagaglio. Nonostante ciò riesce a trasmettere grande fiducia ai suoi giocatori per poterle poi mettere in pratica. E’ una sua grande forza, sa leggere la partita in maniera istintiva e lucida al tempo stesso.  Cesare è invece più metodico nella preparazione del match, come Sacripanti non è grande amante della tattica ma tende a concentrarsi su quattro o cinque cose che a suo avviso sono molto importanti”.

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Le è rimasto impresso un aneddoto curioso di coach Pancotto in questi mesi?

“Non mi sovviene in mente granché, devo essere sincero. E’ una persona molto equilibrata, derivante dal fatto che ha moltissima esperienza. Non si lascia davvero mai prendere dall’emozione, se non il giusto in partita, non andando comunque oltre le righe. Riesce davvero a estraniarsi dal contesto, ed è la prima volta che mi ritrovo a lavorare con un coach con codesta qualità. Una caratteristica che gli invidio. Quindi è difficile che abbia dei picchi euforici o di arrabbiatura”.

Invece riguardo a Sacripanti si ricorda qualcosa di particolare?

“La cosa più divertente era quando, d’inverno, arrivava al Pianella con il suo Bmw bianco. Scendeva con berretto, guanti e giubbotto di Cantù e faceva l’allenamento mattutino così. Senza togliersi assolutamente nulla. E viste le temperature rigide al suo interno era ben comprensibile..”.

Qual’è stato secondo lei il giocatore di quest’anno che è cresciuto di più, allenamento dopo allenamento?

“Senza ombra di dubbio dico Jason Burnell. Un ragazzo arrivato con il ruolo di “quattro” fisso, con tante cose in grado di fare ma senza spiccare particolarmente in nessuna. Durante l’anno è riuscito a ritagliarsi un posto anche come “tre” non certamente scontato. E’ stato bravo a fare quel salto lì, la partita con Pistoia è stata per lui un po’ una svolta. Ultimamente in allenamento gli stavamo facendo giocare qualche pick-roll in più da palleggiatore, però purtroppo poi non siamo riusciti a farglielo mettere in pratica in partita per ovvi motivi. A un certo punto della stagione è stato davvero dominante in post basso. Unisce doti tecniche ancora in parte da scoprire a una fame e un agonismo pazzesco, oltre a una forza fisica notevole”.

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Jason Burnell, lodato da Marco Gandini

Marco Gandini iniziato ad allenare giovanissimo, all’età di soli 23 anni. Come mai questa scelta?

“Da professionista si, perché in realtà iniziai un po’ prima. Da giocatore feci tutto il settore giovanile nell’Olimpia, però poi nell’ultimo anno mi infortunai al ginocchio. Provai in ogni caso a fare qualche anno in B e in C, ma dato che gli stipendi per i giovani senza procuratori non erano come quelli di oggi, allora feci la tessera di allenatore iniziando ad allenare i bambini a Carnate. Fino a quando Crespi, che mi aveva avuto tra le sue fila negli anni precedenti e che nel mentre era diventato capo allenatore di Milano, mi propose di continuare lì”.

Invece come head coach ha all’attivo solo un paio di stagioni. La sua vocazione è prettamente quella dell’assistente o vorrebbe un giorno cimentarsi nuovamente da capo allenatore?

“Esatto, anche se nella seconda annata alla Sangiorgese fui poi esonerato a cinque giornate dal termine. Quella esperienza era maturata perché avevano bisogno di un coach che conoscesse bene i giovani. Io credo che ogni assistente abbia comunque nella propria testa di fare il primo allenatore. Naturalmente deve poi capitarti l’occasione giusta nel momento giusto. Inoltre ho sempre fatto l’assistente ad allenatori importanti in stagioni che si sono rivelate positive. Quindi, non ho mai  avuto l’occasione di subentrare a campionato in corso, tanto per dire. Tuttavia sarei pronto a farlo qualora qualcuno mi proponesse questo compito. Onestamente non mi sento assistente a vita, non sono scelte personali ma ciò è dettato anche dal mercato. In ogni caso sono dell’idea che sia meglio fare l’assistente in A che il capo allenatore in B..”.

Il suo contratto è annuale. Alla luce di ciò che ci ha detto, possiamo aspettarci senz’altro una sua conferma?

“Lo spero vivamente. C’è un’opzione per il rinnovo del contratto, che scade a fine giugno. Io sarei contento di rimanere, stiamo lavorando per costruire la squadra e mi sono trovato bene. Sinceramente non avrei motivi per andarmene. Però dobbiamo ancora approfondire il discorso, sicuramente da parte del club prima ci sono cose più importanti da valutare soprattutto a livello economico. Però lo sanno che mi piacerebbe rimanere”.

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Marco Ballerini
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Un calcio al pallone, due tiri a canestro, una corsa nei boschi, una pedalata tra salite e discese, una nuotata nel mare, una sciata nel bianco, una pagaiata sul lago.. Sacrifici, sudore, fatica, passione, socialità, emozioni, obiettivi, traguardi.. Lo sport è sempre un ottimo pretesto per VIVERE e per sentirsi VIVI !!

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