Andrea La Torre: “Il mio futuro? Tante variabili da considerare”

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Andrea La Torre, capitano della Pallacanestro Cantù, traccia un bilancio personale e di squadra della stagione 2019/20. Ma non si sbilancia su ciò che verrà.

Era giunto in Brianza nel novembre del 2018 quasi in sordina, pronto a mettersi a disposizione di coach Evgeny Pashutin che aveva dato l’ok al suo tesseramento dopo averlo adocchiato da vicino in allenamento. Eppure ai tempi delle giovanili, vissuti in maglia Stella Azzurra, fu una grande promessa del basket italiano. Complice un approccio con la pallacanestro dei grandi non proprio come da aspettative: in Legadue esperienze con Biella, Treviso, Udine e Rieti tra i due 2,5 e i 5,29 punti di media a partita. Ma il passo dall’essere semplicemente un giocatore da rotazione, a quello di indossare idealmente la fascia di capitano, è stato davvero breve.

Un lasso di tempo corrispondente a poco più di una decina di mesi. Una responsabilità per nulla scontata, assegnata a un ragazzo ancora giovanissimo, che ha dovuto capire al più presto come interpretare questo ruolo. “E’ stata la prima esperienza in tal senso, per questo motivo ho dovuto imparare passo dopo passo quello che un capitano deve fare in una squadra di serie A – ammette Andrea La Torre – Devo essere sincero, non è stato facile. Soprattutto perché a 22 anni è molto probabile che ti devi confrontare con giocatori più grandi e con più esperienza. Tuttavia spero di aver svolto il mio compito al meglio”. Non nascondendo di aver chiesto talvolta consigli a un determinato compagno di squadra. “Mi è capitato di rivolgermi per qualche suggerimento a Jeremiah Wilson, il più anziano della squadra. Un compito, quello del capitano, che avrebbe potuto assolvere tranquillamente anche lui, ma in alternativa a me avrei visto bene anche Andrea Pecchia”.

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Andrea Pecchia, esterno in forza a Cantù (foto Gorini/Pall.Cantù)

Ma essere il capitano di una delle squadre più gloriose d’Italia e veder terminata in questo modo l’annata, fa probabilmente provare un doppio senso di amarezza. “Esatto, è un vero peccato che tutto sia finito così. Mancava la parte più bella. In ogni caso penso che abbiamo dimostrato di essere una squadra solida che ha fatto bene e che poteva addirittura fare anche meglio con il proseguimento del campionato“.

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Una stagione dunque sicuramente giudicata positiva, anche a livello personale, nonostante coach Pancotto abbia plasmato in maniera differente la sua formazione rispetto alla gestione Brienza, nella quale Andrea La Torre restava in campo con un minutaggio doppio. “Nicola era subentrato a opera in corso, sviluppando delle linee guida ma disponendo di atleti navigati e di talento, lasciando più spazio per inventare e creare vantaggi. Cesare invece si è ritrovato per le mani tanti ragazzi inesperti e ha dovuto fare di necessità virtù, insistendo su situazioni precise che andavano assimilate”.

Un cammino differente quindi, che ha portato il viterbese ad assumersi qualche responsabilità meno in campo e qualcuna in più al di fuori del parquet, interrotto dall’emergenza sanitaria vissuta tuttora in Brianza. “Sono ancora a Cantù, non posso tornare nelle mie zone per via del nuovo decreto. E’ dura rimanere da solo in casa per più di un mese, però ho la fortuna di sentire parenti e amici tutti i giorni. Speriamo finisca in fretta questa quarantena, non è facile per nessuno. Mi manca tremendamente la palla da basket”.

Un presente a tinte fosche per via del Covid-19 dunque, ma il futuro non è generalmente più chiaro. Ce lo insegna anche Lorenzo Il Magnifico con il suo “chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza”. E Andrea La Torre lo sa benissimo, anche per ciò che riguarda la sua carriera. “E’ presto per parlarne, poiché ci sono troppe variabili fuori dal mio controllo in questo momento. Credo molto in me stesso e sono sicuro di fare meglio di quello mostrato quest’anno. Posso solo dire che mi piacerebbe avere la possibilità di dimostrarlo ancora in questa città a cui mi sono veramente affezionato“.

Come è altrettanto difficile immaginare quale sarà la ripartenza del movimento cestistico italiano. “A ora non si possono proprio fare previsioni, è una situazione difficile e di incertezza generale. Credo che se si dovesse giocare a porte chiuse per alcuni mesi, la maggior parte delle società farebbe fatica, poiché tante vivono grazie agli incassi dei biglietti e degli abbonamenti. Tuttavia, la cosa più importante adesso è una sola: pensare al bene del nostro Paese e alla salute di tutti”.

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Marco Ballerini
Marco Ballerini
Un calcio al pallone, due tiri a canestro, una corsa nei boschi, una pedalata tra salite e discese, una nuotata nel mare, una sciata nel bianco, una pagaiata sul lago.. Sacrifici, sudore, fatica, passione, socialità, emozioni, obiettivi, traguardi.. Lo sport è sempre un ottimo pretesto per VIVERE e per sentirsi VIVI !!

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